L'IDENTITA' DEI MONACI E DELLE MONACHE CAMALDOLESI

L'identita' del monaco/a benedettino camaldolese ha il suo principio e il suo fine nelle relazioni sussistenti di Dio, che nella fede chiamiamo Padre, Verbo e Spirito santo [cf. Gv 1,1ss].

Siamo partecipi della natura divina [cf. I Pt 1,4] grazie al Verbo incarnato, il mediatore Gesu' Cristo [cf. I Tm 2,5], un essere umano eguale a noi in tutto, fuorche' nel peccato [cf. Eb 4,15]. In lui, nel suo corpo, contempliamo la pienezza della divinita' [cf. Col 2,9] e troviamo la nostra piena identita' di figli e figlie di Dio.


Per il dono dello Spirito santo siamo stati chiamati alla vita monastica nella Chiesa, con la quale cammino come pellegrini in compagnia delle donne e degli uomini di questo fine millennio, di cui condividiamo le gioie, le speranze, le angosce e i dolori [cf. Concilio Vat. II, Gaudium et spes].

Nella Chiesa godiamo della fratellanza dei santi e delle sante che hanno vissuto secondo la Regola di san Benedetto e secondo l'esempio della sua vita [vedi san Gregorio Magno, Dialoghi, libro II]. Fra i santi dell'Ordine benedettino risplende il Maestro Romualdo, padre dei monaci e delle monache camaldolesi. Abbiamo immaginato il nostro capitolo generale come un laboratorio, un cantiere aperto, un atelier di artista nel quale, lasciandoci guidare dalla mano del Maestro, che e' lo Spirito santo, abbiamo sognato di lavorare tutti insieme a ridipingere l'icona di san Romualdo.

Lo sguardo di tutti rivolto verso l'icona, che man mano andava prendendo forma e colore, e' stato uno sguardo ammirato e contemplativo. Non di appropriazione o in contrapposizione con altri, ma di grazia e di gratitudine. L'opera rimane aperta, ma i tratti fondamentali del volto di Romualdo hanno incominciato ad emergere, con la sua anima dolce e potente di sempre, e con il volto del monaco e della monaca del nostro tempo. La sua e la nostra identita' ha iniziato a delinearsi di nuovo con tratti che vengono dalla memoria e dal futuro.

Ci siamo affacciati alla cella di san Romualdo, con la fiducia di tanti malati e bisognosi che si rivolgevano a lui. Dal suo volto affabile e sereno di persona abitata dallo Spirito santo, come ricordano tante volte i suoi agiografi Pier Damiano e Bruno Bonifacio, e' sbocciato un sorriso.

Dopo la nostra giornata laboriosa, altre mani ed altri sguardi contemplanti e trepidi si avvicenderanno intorno all'icona incompiuta di san Romualdo. Le ultime pennellate di colore sul fondo oro saranno stese dallo Spirito con la mano dell'ultimo monaco e dell'ultima monaca che insieme lo staranno dipingendo

Nel consegnarci l'immagine del Maestro Romualdo, i suoi primi discepoli hanno delineato la sua visione d'insieme della vocazione monastica, una nella sua sorgente e pluriforme nelle sue diramazioni. Il riferimento classico del "triplice bene" (triplex bonum, tripla commoda, tria maxima bona), ripreso nel testo delle nostre Costituzioni, viene letto oggi in prospettiva dinamica. Questo riferimento, desunto dalla Vita dei cinque fratelli di san Bruno Bonifacio, introduce a un mistero profondo e ricco:

"un triplice vantaggio: la vita del monastero, che i novizi desiderano; l'aurea solitudine per i piu' maturi, assetati del Dio vivente; e l'annunzio evangelico fra i pagani, per chi anela alla liberazione e all'essere con Cristo" ["Vita dei cinque fratelli", cap. 4, in: Alle origini di Camaldoli (Edizioni Camaldoli, 1996), p. 34].

Teniamo presente la distinzione fra valore spirituale (comunione, solitudine, martirio dell'amore) e luogo (cenobio, eremo, missione). Valore spirituale e luogo non si identificano automaticamente, ne' si sovrappongono, eppure sono in relazione, si stimolano e si esprimono a vicenda. Tra di essi non costituiscono una scala rigida, ne' di valore ne' di percorso interiore uguale per tutti. Possono darsi punti di partenza e di arrivo diversi sul piano personale.

C'e' pari dignita' fra di essi, nel senso che ciascuno e' capace di condurre il monaco/la monaca a compiutezza di cammino spirituale, come e' stato ricordato con la citazione diretta del secondo testo di Bruno Bonifacio nel capitolo 7.

"i tre massimi beni, dei quali uno solo e' sufficiente per la salvezza: l'abito monastico, la vita eremitica, e il martirio" ["Vita dei cinque fratelli", cap. 7, in: Alle origini di Camaldoli, p. 49].

Ma ci sono anche delle differenze che non si possono dimenticare per una loro compiuta valorizzazione. Vita comune e vita solitaria nella tradizione camaldolese hanno assunto e assumono anche forma stabile ed istituzionale in monastero ed eremo. Il terzo elemento, testimonianza suprema del proprio amore a Cristo fino all'effusione del sangue nel servizio del Vangelo, e' pura grazia. In quanto espressione di amore incondizionato a lui, attraversa anche gli altri due, come loro anima profonda. Oggi si cerca di esprimere il terzo bene per mezzo della "presenza monastica"; esso puo' trovare espressione eccezionale anche fuori delle forme istituzionali monastiche, secondo la vocazione personale di ciascuno/a.

I tre beni stanno dunque fra di loro in stretta relazione e interazione, e non sono riconducibili a rigido schema istituzionale. Tuttavia, una secolare sapienza pedagogica in ambito monastico ha mostrato che il bonum della solitudine puo' diventare aureum, cioe', puo' essere vissuto come espressione e sorgente di vitalita' autentica, solo dopo che una prolungata esperienza di vita fraterna ha formato ed allenato il monaco/la monaca a saper affrontare da solo/a il combattimento spirituale che la solitudine propone in modo ancora piu' esigente.

Un dinamismo intrinseco caratterizza anche l'esperienza vissuta del carisma romualdino camaldolese:
C'e' da distinguere fra il carisma personale di Romualdo, il percorso storico di questo stesso carisma e le relative istituzioni che i monaci e le monache camaldolesi hanno creato per dare ad esso concretezza. L'esperienza carismatica di san Romualdo non poteva essere tradotta per intero in una struttura istituzionale. Ogni sua traduzione, in quanto non riesce a dare il tutto di cio' che intende trasmettere, puo' essere infatti in qualche modo anche un tradimento. Per questo e' necessario tornare ad attingere continuamente alla fonte originaria da cui e' sgorgata.

In questo orizzonte, l'identita' romualdino camaldolese risulta relativa, dinamica ed aperta. Essa e' sempre piu' ampia e profonda di quanto riusciamo ad esprimere in un determinato momento storico e in un certo contesto culturale, rispetto alla sua origine e al suo possibile sviluppo ulteriore. Essa si dirama allo stesso tempo nella memoria, nel presente e nel futuro non ancora vissuto ne' esplorato ne' portato a consapevolezza. Fedelta' dinamica e creativa, e' l'unica risposta possibile di fronte a colui che essendo l'origine di tutto afferma: "Ecco io faccio nuove tutte le cose" [Ap 21,5].

Pensiamo che si possa vivere questa fedelta' solo con il senso del radicamento, della provvisorieta' e del limite, con umilta' e con gioia piena di gratitudine. Non c'e' spazio per arroganze e competizioni con altri fratelli e sorelle che si richiamano allo stesso padre, e che hanno dato vita a percorsi storici differenti (gli Eremiti camaldolesi di Monte Corona, le Monache camaldolesi ecc.). Diversita' riconciliate e complementari sono l'orizzonte che aspetta tutti noi.